Rivoluzioni di parole e non solo: i musei diventano “spazi per il dialogo critico”

14 AGO 19
Ultimo aggiornamento: 00:12 | 15 AGO 19
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Roma. L’overtourism, si sa, è la nuova belva minacciosa, quasi al pari del climate change. Persino il Louvre è andato nel panico nelle scorse settimane per le code provocate dallo spostamento momentaneo della Gioconda. Ma i musei sono sempre più cruciali nel mondo globale, e seppure possano sembrare un cosmo apparentemente immutabile stanno vivendo rivoluzioni importanti. Una, e non solo nominale, è una rivoluzione a orologeria: scatterà il giorno 7 settembre alle ore 9,30 del mattino a Kyoto, in Giappone. In 60 minuti l’idea comune di che cosa sia e a cosa serva un museo, condivisa da 138 paesi e territori fin dal secondo dopoguerra, potrebbe cambiare radicalmente. In modo nominale, almeno: come capita spesso per i protocolli internazionali (Kyoto docet).
Il condizionale è ancora d’obbligo, perché i rappresentanti dei musei di tutto il mondo, riuniti in una convocazione straordinaria dell’assemblea generale dell’Icom, l’International council of museums, saranno chiamati a votare la proposta finale sulla quale hanno lavorato negli ultimi due anni. La si può leggere in inglese sul sito di Icom; è stata scritta tenendo conto delle 267 proposte arrivate dai soci sparsi ai quattro angoli del globo: singoli professionisti, musei piccoli e grandi oppure gruppi di lavoro delle rappresentanze Icom nazionali, come è avvenuto in Italia.
Se finora i musei sono stati intesi e studiati sui manuali come “istituzioni permanenti”, la definizione nuova potrebbe portare a ripensarli in modo diverso, cioè come “spazi per il dialogo critico” su passato e futuro. Un cambiamento che potrebbe avere un effetto pratico nella vita quotidiana dei lavoratori del settore e anche dei visitatori. “Oggi quando un cittadino passeggia per la città e vede scritto Museo XY si aspetta di trovare determinate cose all’interno di quell’edificio, ma un giorno potrebbe essere un luogo diverso rispetto a quello cui siamo abituati. Potrebbe essere uno spazio e non un’istituzione, potrebbe addirittura non avere una collezione; le possibilità sono innumerevoli”. Valeria Arrabito è il segretario nazionale di Icom Italia: sarà a Kyoto per assistere a questo voto storico, il cui esito non è ancora scontato. “Mi sento di dire che non è sicuro che passi, sarà messa ai voti e vedremo come andrà a finire”. La nuova definizione non è solo una modifica dello statuto di Icom ma è un ripensamento dell’asse portante nel quale si identificano tutti i musei del mondo e serve anche a fissare degli obiettivi verso i quali tendere. L’attuale definizione è datata 1946, seppur con diversi aggiornamenti di cui l’ultimo risalente al 2007. Se i musei sono lo specchio di una società, questioni globali come lo sviluppo sostenibile oppure l’inclusione sociale hanno portato all’esigenza di un cambiamento radicale, non di un semplice ritocco. Dalla lettura delle 267 proposte, giunte e pubblicate sul sito in forma anonima, solo con l’indicazione del paese di provenienza, ci si rende conto dei temi sociali e politici che solleva la domanda: “Che cos’è un museo?”, e di come la risposta rifletta il luogo in cui opera chi la esprime, le diverse visioni e i problemi da affrontare. Come si colloca l’Italia in questa “geopolitica museale” internazionale? La rappresentanza italiana di Icom ha lasciato liberi i singoli soci di proporre, come era loro diritto, delle definizioni a titolo personale, e ha inoltre ha lavorato negli ultimi mesi per esprimere una definizione che rappresenti la posizione comune della comunità museologica italiana. Il risultato somiglia molto alla definizione di partenza ma con l’aggiunta di nuovi elementi, come il riferimento allo sviluppo sostenibile. “Ci siamo accorti che le sensibilità personali sono molto, molto diverse”, ha affermato Arrabito. Alla fine, comunque vada a Kyoto, “quello che possiamo dire già da adesso è che siamo felici di andare a votare una nuova definizione di museo perché significa che siamo una istituzione che si mette in discussione, rielabora e si prende anche la responsabilità di fare cose difficili. E sentiamo il dovere di domandarci se quello che stiamo facendo è davvero la cosa migliore che potremmo fare in questo determinato periodo storico”.
Jessica Mariana Masucci